KENYA

Storie di slum, una tragedia “normale”

28 settembre 2017

di Tamara Littamé, capo progetto CCM 

David ha 13 anni. I suoi vestiti sono sporchi e logori, come le sue scarpe, che accusano ogni calcio dato al pallone con cui ogni giovedì, da qualche mese a questa parte, alcuni ragazzi e bambini di Mlango Kubwa (nello slum di Mathare) trascorrono qualche ora in compagnia degli staff del CCM e di GRT.

Mlango Kubwa è una delle baraccopoli del Kenya, a qualche chilometro di distanza dal centro di Nairobi, la capitale. David sembra spensierato, quando gioca a calcio ripone con cura una bottiglietta di colla nella tasca dei pantaloni, e dà il suo meglio. La colla l’ha comprata dal calzolaio del quartiere, per qualche scellino (centesimi di euro).

David racconta agli operatori sociali e sanitari di GRT e CCM che Mlango Kubwa non è la sua “base”. È venuto oggi da Gikomba perché ha sentito che il giovedì si gioca a calcio nella vicina Mlango Kubwa e c’è il pranzo gratuito.

John ed Ephraim, operatori di GRT e CCM, scambiano con lui qualche parola accorgendosi che il suo volto è nuovo tra quelli ormai noti del gruppo di circa 70-80 bambini che incontrano nello slum ogni settimana. La storia di David è semplice, non nasconde trascorsi familiari tragici o dipendenze da droga e alcol, tutt’altro.

David, come molti dei bambini della sua età in Kenya, aiutava la mamma nel banchetto di famiglia, vendendo latte, pane e qualche dolcetto. Non molto tempo fa, la mamma gli aveva affidato i guadagni di qualche giorno, 6000 scellini keniani, poco meno di 50 euro, con i quali lui aveva deciso di comprare qualche gettone per tentare la sorte alle “macchinette”, a quel gioco che gli piace tanto. Dopo qualche ora, i 6000 scellini erano spariti.

L’idea di tornare a casa e affrontare i genitori, soprattutto il papà, era impensabile. L’unica soluzione percorribile: scappare.

Questo accadeva un anno fa. Un anno che David ha trascorso per strada, rischiando la vita e vivendo di piccoli espedienti o di elemosina, viaggiando da Eldoret a Nairobi (più di 300 km di distanza), dove è più facile raccattare qualche soldo.

Questa è solo una delle storie dei bambini e dei ragazzi che vivono negli slum di Nairobi. Storie più o meno tragiche, più o meno gravi, ma le cui conseguenze spesso si accomunano nella vita di strada.

Nell’ambito del progetto Boresha Maisha, GRT e CCM stanno lavorando insieme ad alcuni partner locali ed internazionali dal mese di febbraio 2017 per migliorare le condizioni di vita di questi bambini e ragazzi, cercando di riportarli a scuola o alle proprie famiglie ove possibile, o insegnando loro un mestiere, o semplicemente a pendersi cura di loro stessi, della loro salute e della loro igiene.

Slum_Nairobi_Boresha_Maisha
Boresha Maisha Slum Mathare

Seduta di stretching prima della partita.

Il tuo è un ruolo importante

Operiamo nello slum di Mathare per aiutare i giovani che ne popolano le strade. Fare gruppo è uno dei modi più belli ed efficaci per farlo, e grazie al tuo sostegno potremo coinvolgere sempre più ragazzi nelle nostre attività, offrire loro cure e supporto sociale per indicare la possibilità di un cambiamento.

Diversamente da David, molti ragazzi hanno ormai 20 anni e hanno trascorso gli ultimi 3-4 anni per le strade di quello slum che ormai è diventata la loro casa. Insegnando loro qualche lavoretto e tenendoli lontano dall’ozio, GRT e CCM mirano a migliorare le loro condizioni di vita, mostrando loro alternative percorribili e allontanandoli dalle dipendenze. Il progetto prevede l’utilizzo dello sport, e in particolare del calcio, come strumento di riabilitazione e inclusione sociale, un’alternativa all’ozio e alla colla. Lo sport li riporta alla spensieratezza che ormai hanno perso.

Durante ogni attività i ragazzi ricevono qualcosa da mangiare, vengono sensibilizzati su tematiche importanti per la loro crescita, sociali e sanitarie, come la responsabilità, l’igiene, l’amicizia, il rispetto. In questo modo gli operatori sociali li conoscono meglio, ne osservano le dinamiche e acquistano la loro fiducia. Ascoltano le loro storie e le loro esigenze.

Il progetto è ancora alla sua fase iniziale, durante la quale i bambini e i ragazzi sono stati mappati con un questionario per conoscere meglio i loro trascorsi scolastici e familiari, come anche le difficoltà della vita nelle strade dello slum, sociali, economiche e sanitarie. Quello che spesso si ignora è che questi ragazzi, nella maggior parte dei casi, hanno una famiglia come David, o almeno uno dei due genitori. Ricordano i nomi dei fratelli e spesso i numeri di telefono delle proprie mamme e dei propri papà. Ma qualcosa li spinge verso la strada.

Alla fine dei 3 anni, il progetto mira alla riabilitazione sociale di 600 bambini/ragazzi attraverso la reintegrazione familiare, scolastica o socio-lavorativa, aumentare il loro accesso a servizi socio sanitari e sensibilizzando le comunità all’inclusione delle fasce vulnerabili.

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