TANZANIA

Piccolo vocabolario di Ikonda

13 giugno 2017

di Barbara Greppi

Asante – La esse va accentuata senza però raddoppiarla. Vuol dire “grazie” in swahili; per cambiare la quantità del ringraziamento,  aggiungere “sana” (molto), oppure – ma ci vuole arte – usare il tono e la durata con cui si enuncia: quanto più è prolungato tanto più canta, e il ringraziamento risulta più importante.

Bagia – Si legge “baghia”. Deliziose palline fritte di un impasto di farina normale e farina di piselli. Vedi oltre, non per la ricetta,  ma per leggere tutta la storia.

Barābarā – In elenco solo perché assomiglia al mio nome. Vuol dire “strada”; da quando l’ho capito, cerco di imbrogliare nuove conoscenze sostenendo di chiamarmi quasi strada. Niente, non ci casca nessuno, azzeccano subito tutti la fonetica giusta di Bārbara!

Cha – Leggere “cià” e non confondere con “chai” (tè, la bevanda). Esattamente non lo so, ma mi sono fatta l’idea che trasformi in verbo una parola: cibo diventa mangiare, per esempio.

Choo – Leggere “ciò”. Vuol dire cacca (beh, “feci” mi sembra decisamente non in stile) e, per «contiguità», cesso. In genere, conviene evitare accuratamente la direzione cui la sillaba punta.

Cucu – Da non confondere con l’italiano “cucù”; vuol dire “pollo”.

Diu – “Sì”. Semplice semplice.

Ema – Respiro, respirare.  Capisco non sembri una parola di prima necessità,  ma per un dottore è fondamentale! Provate ad auscultare (va bene, ascoltare con il fonendoscopio, l’aggeggio con due auricolari, un tubo e una specie di tazzina, in genere odiosamente gelida) i polmoni di un essere che respira superficialmente: 118 immediato! Quindi,  “ema”, cari miei.

Falafel – Qui non c’entra niente la chirurga pediatrica. La mia collega Grazia, che ha una visione “pescarocentrica” (suo borgo natio) della gastronomia, ha prontamente deciso che all’origine anche i falafel, come i belgi gauffres, scippati alle mogli dei minatori di Marcinelles (peraltro insieme alla vita dei suddetti consorti), sono di origine abruzzese. Quindi, falafelli e ferratelle divengono il legittimo nome dei gauffres.

Giasa – In realtà, non sono affatto sicura di aver capito davvero il significato di questo fondamentale verbo. So però che, quando vaghi sulla pancia del malato con una sonda ecografica alla disperata ricerca dei reni, l’urlo del medico “giasa tumbo” (andare alla «t» per la traduzione di tumbo) spesso risolve la ricerca, facendo magicamente apparire i succitati organi. Se non viene rapidamente antagonizzato dal contrordine “regheisa (tumbo)” o “negheisa (tumbo)”, alla magica apparizione fa però rapidamente seguito uno stato asfittico ingravescente. Se avete la costanza di arrivare fino alla “r” di “regheisa”, troverete una spiegazione epistemologica più o meno sensata.

Jambo – Salve! Un allegro saluto tra pari. Anche l’inizio di un tormentone rock keniota, popolarissimo anche in Tanzania.

Habari – Notizie? Insomma, è l’abracadabra delle relazioni, il nostro “come va”. Invariabilmente,  la risposta è “safi”, più raramente “visuli” (vedere rispettivamente “s” e “v”, anche se il significato è intuibile). Come va il viaggio (notizie viaggio)? Habari a safari?

Hakuna – “No”. Trovo estenuante usare un trisillabe per un no.

I – Non ne ho carpita neanche una, di parole con la “i”, salvo un sacco di nomi propri. In compenso, tantissime con la “k”, cui passo subito.

Kidogu – La “d” va pronunciata rollando la lingua sul palato, esponendosi al rischio di sputacchiare (pazienza, altrimenti non ci si capisce). Vuol dire “poco”. È una parola molto carina, ma da interpretare al contrario se chiesta in relazione al dolore. Qualunque ne sia il motivo (secondo me, il desiderio di non deludere il guaritore bianco, ansioso di alleviare l’orrido sintomo), è spesso un pericoloso understatement, da intercettare prima di complicanze drammatiche.

Koa – Tosse. Ce l’hanno praticamente tutti, e quelli che arrivano senza la sviluppano poco dopo. Chiederne la presenza è quindi inutile, comunque,  si sente. Cercare di approfondire scatena, oltre ad accessi dimostrativi poco gradevoli, memorie e cronicità incomprensibili. Radiografia del torace!

Karibu – Non identifica un volatile, come pensavo io. È il nostro “benvenuto s’accomodi”, spesso  rinforzato da “sana” (già spiegato).

Kula – Cibo . “Na kula”, quindi, non è un’offesa, ma il modo di chiedere all’interlocutore se gode di un sano appetito. “Cha kula”, se avete letto con attenzione, il modo per chiedere all’interlocutore se mangia.

Lala – Questo delizioso bisillabo va accompagnato da un gesto sfarfallante di braccio e mano. Sta per “rilassati, sdraiati”.

Leo – Non si tratta della belva, vuol dire banalmente “oggi” (domani si dice “keshu”).

Macho – Nessuna attinenza con la virilità.  Vuol dire «occhio», e quindi anche “oculista” (seguito da “clinic”).

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Mama – In Tanzania, una donna perde il proprio nome nel momento in cui ha un figlio. Da quel momento in poi, si chiama  “mama Xxx”, dove Xxx è il nome del figlio.  Non ho approfondito cosa succede in caso di primogenita femmina, la risposta è senz’altro orribile a prescindere.

Mapela – Frutto delicato, si mangia sia crudo che cotto. Temo però che sia il nome basco, lingua d’origine di chi me l’ha fatto assaggiare (Padre Zubia).

Matata – Tradurrei con problema,  pensiero.  Quindi: “hakuna matata” = “no problem”. Si può anche cantare, il vecchio Walt insegna.

Na – In mancanza di un’infarinatura grammaticale (non so se in Swahili esistono i pronomi), me lo traduco con “tu”. Esempio: “na koa”, ossia “tu tosse?”.

Negheisa – Forse è  “regheisa”; nel dubbio, andate alla “r”.

O – Cilecca, nada. Vale quanto detto per la “i”. Posso però sempre rifilarvi un “ospitaly”, che non perdo tempo a tradurre. Oppure “OPD”, che in gergo ikondese vuol dire “out patient dispensary” (ambulatorio).

Pilipili – Il peperoncino di Padre Zubia. Anche in questo caso, potrebbe essere Basco, invece di Swahili.

Pika – Vomito. Se siete stati attenti, saprete che con “na pika” state chiedendo al prossimo se ha avuto episodi di vomito.

Q – Non saprei, magari qualcuna delle parole alla “k” in realtà meritano una “q”.

Regheisa – Rilassare, rilassa.

Safi – “Bene”. Risposta scontata, anche con 41° di febbre, brividi, affanno crescente e la testa che scoppia : “safi”.

Salam – Ma anche “salama”, forse la declinazione al femminile (Salama Maria è l’inizio dell’evento Maria). Saluto educato, mutuato dall’arabo, di cui del resto lo Swahili è figlio.

Shikamo – Saluto formale, da riservare ai potenti. Una sorta di “al vostro servizio”. Obbligatorio per rivolgersi ai bianchi nel periodo coloniale.

Subiri – Per favore, un attimino, abbia pazienza.

Topitopi – Non so come si chiama in italiano  (o in inglese o in francese). So però che è un frutto semplicemente squisito. Però  “topitopi” è dialetto ikondese, non Swahili.

Tumbo  – Vuol dire pancia,  non l’avevate capito ?

Ugali  – Fagioli, borlotti perlopiù.

Ugi – Polenta o porridge di mais ; più liquido è, più povero è il paziente.  In casi estremi,  saccheggiare la farmacia per rubare qualche omogeneizzato, da somministrare solo dopo averne diluito odore e sapore nel succitato ugi, altrimenti verrà irrimediabilmente vomitato,  vanificando la razzia.

Uma  – Dolore. Sofferenza fisica. Un omaggio a chi di voi sa chiedere “hai male ?”. Due a chi formula “ti fa male la pancia”.

Visuli – Sinonimo di “safi”. Sempre e comunque,  chi è in grado di parlare sta invariabilmente bene.

Zanzibar  – L’isola delle spezie,  dalla cui unione con il Tanganika nasce la Tanzania. Oltre 140 etnie…

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