TANZANIA

Dov’è “il mondo che può”? Barbara Greppi e il suo primo impatto con Ikonda

12 maggio 2017

di Barbara Greppi

Barbara ha partecipato al nostro Corso di Salute Globale nel 2016. Adesso è in Tanzania, al Consolata Hospital di Ikonda, dove supporta in tirocinio lo staff dell’ospedale affiancando un nostro medico volontario. Le sue prime parole colgono subito il problema più grande: la lontananza (non fisica, non culturale, ma umana) di quello che lei chiama “il mondo che può”.

Per ora è davvero difficile condividere riflessioni sensate sullo specialissimo microcosmo in cui sono arrivata, ormai una settimana fa. In genere,  luoghi così particolari – siamo sopra i 2000 metri, in Africa Subsahariana, in un complesso ospedaliero in mezzo al nulla – hanno di solito un impatto immediato e forte che prende gradualmente forma e consistenza. In altre parole, shock e ambientamento più o meno veloce.

Ma Ikonda no, non rientra in quest’ordine di esperienza: mi sento sospesa nel tempo e nello spazio, nonostante la barriera linguistica (il personale parla inglese, i malati, con rare eccezioni, swahili, lingua gentile all’ascolto , ma a me purtroppo sconosciuta), come se fossi sempre e solo stata qui.

Sarà forse merito della qualità delle persone che mi hanno accolto,  o il ritmo di queste giornate apparentemente sempre uguali, in realtà variegate e sempre diverse. In ospedale partecipo alle attività  del reparto “Uomini”, tredici stanze a tre letti, più quelli in corridoio (i cosiddetti «out») e nella «TV area». Oltre all’assistenza, ci facciamo carico anche della diagnostica ecografica.

I malati arrivano da tutta la Tanzania, attratti dalla qualità riconosciuta dei servizi. Arrivano in terrificanti bus, che ogni giorno si inerpicano fin qui carichi di un’umanità stremata, di malati e parenti stracarichi di fardelli e di quanto gli servirà per sopravvivere qui. Padre Sandro, anima e instancabile gestore del complesso, ha messo a disposizione degli accompagnatori spazi attrezzati in cui possono provvedere a pasti e quant’altro.

Sì, perché qui sono i familiari a pensare all’alimentazione e all’accudimento dei propri malati. Gli infermieri si occupano di terapie, prelievi, rilievi parametrici e logistiche varie, ma sono i parenti a occuparsi dell’igiene e del cibo dei pazienti.

Ieri è arrivato in reparto un settantenne in coma con emiplegia destra (oggi la TAC ha dimostrato un ictus emorragico esteso), accompagnato da moglie e figlio. Vengono da 500 km a nord, probabilmente sono due, tre giorni di viaggio in condizioni che non cerco nemmeno di descrivere.

Abbiamo la fantasia per raffigurarci un corpo devastato trasportato da una anziana scricciolo e da un figlio disperato, dentro e fuori bus traballanti e stipati, prima nel caldo umido della piana, poi via via nel contrasto climatico della montagna? La risposta è no, non riusciamo a immaginarlo. Arrivano, il malato approda infine in un letto, la moglie scricciolo sempre accanto, gentile e mite. Cosa si aspettano, cosa sperano? Io credo nulla, penso che semplicemente stiano facendo il massimo che possono. Se siamo in grado di fare qualcosa (e in questo caso, no, né qui né altrove), bene. Altrimenti, pazienza.

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Ascoltano attenti, moglie e figlio, acconsentono a pagare la TAC che, per quanto l’ospedale carichi solo il costo vivo, è un esame costoso e per molti pazienti inaccessibile. Acconsentono, anche se abbiamo chiaramente spiegato che l’esame potrebbe – come in effetti sarà – decretare un verdetto senza speranze. Ieri sera, abbiamo fatto un’ultima visita in corsia a sera inoltrata. Bisogna fare attenzione a non calpestare nessuno, perché spesso il parente di turno dorme sdraiato in terra, a fianco del proprio accudito. Non so perché, ma mi è sembrato importante scoprire che la moglie scricciolo aveva una poltrona e teneva il marito per mano.

Mentre scrivo, e mi rendo conto una volta di più che per ora riesco solo a condividere aneddoti, comincio a pensare che in questo episodio c’è un incredibile coacervo di emozioni, la vita e il suo contrario, una forza sovrannaturale e una debolezza assoluta: sopportare così è pura resilienza. Ma c’è anche un ultimo aspetto: il totale anacronismo con il «mondo che può». È possibile colmare una distanza così grande?

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