ETIOPIA

La cooperazione secondo me

28 maggio 2018

Dopo tre anni passati in Etiopia come cooperante internazionale a capo del nostro progetto dedicato alla salute di mamme e bambini in Bale, Stefano Bolzonello ci racconta cosa ha imparato dell’Africa, del suo mestiere e di se stesso.

Già operativo a Kinshasa, la capitale da 12 milioni di abitanti della Repubblica Democratica del Congo, Stefano è passato a Goba, piccola cittadina etiope nell’altopiano del Bale con una popolazione di 50 mila abitanti.

Il passaggio da Kinshasa a Goba – ricorda Stefano – è coinciso con un cambiamento importante nel mio lavoro. Per chi come me proveniva da una metropoli come Kinshasa, Goba era fuori dal mondo. La preoccupazione principale era infatti una: la lontananza dai principali centri urbani ”.

Il primo passo intrapreso da Stefano per inserirsi nella comunità di Goba è stato l’apprendimento della lingua, un vero e proprio passe-partout per aprirsi alla cultura locale e alla relazione con le persone.

Dei tanti passi che hanno caratterizzato la mia esperienza, la lingua e l’inserimento culturale nel contesto di Goba è sicuramente stato il primo. Subito dopo c’è la sfera delle relazioni con le persone, gli utenti dei servizi, gli amici e i conoscenti di Goba. Alla fine, proprio questo rapporto “osmotico” con le persone locali è la cosa più importante che mi porto a casa dopo due anni a Goba. Nel momento in cui si apre uno spiraglio, dalle persone arriva di tutto – regali, aiuti, parole – e alla fine ti ritrovi inevitabilmente legato alla comunità.”

Dalle persone, ci racconta Stefano, arriva anche molto calore.

Le persone con cui lavori, alla fine, sono le stesse persone con le quali vivi, e tutto ciò crea una fitta rete di conoscenze e relazioni fertile per la nascita di nuove idee. Il centro di tutto? Casa mia! O meglio, il compound CCM nel quale vivevo. Qui, nel giro di pochi mesi, si è creato un vero e proprio centro giovani sorto spontaneamente attorno alle comodità offerte: elettricità, connessione internet, divertimento. I più assidui frequentatori erano un gruppo di giovani con una cassa stereo e con una voglia matta di musica, che esplodeva anche il sabato mattina alle sette.”

Stefano è preciso nel ricordarci come anche nella sua visione dei progetto di cooperazione allo sviluppo il tempo e le energie più importanti sono quelle dedicate alla creazione di una squadra di persone, prima che di professionisti:

Un aspetto centrale della mia esperienza è quello della relazione con i colleghi di lavoro. Con i colleghi etiopi, dico. In Etiopia il rispetto delle gerarchie è molto forte: anche in ambito lavorativo. È quindi facile circondarsi di ottimi professionisti  – nel senso di ottimi esecutori dei compiti che vengono assegnati – che sono però anche professionisti scarsamente motivati, poco coinvolti e solo in parte o per nulla convinti del valore della professione che stanno svolgendo.”

Il modo di lavorare di Stefano, poi rivelatosi vincente, è stato tutto improntato ad evitare proprio questo tipo di collaborazione:

Il punto di svolta l’ho trovato nel capire bene il grado di coinvolgimento dei colleghi con i quali lavoravo. Sul personale locale ci vuole un investimento iniziale di tempo molto forte, e questa è una constatazione cui sono arrivato dopo giorni e giorni dedicati alla formazione del gruppo anche attraverso momenti informali. Abbiamo giocato tutti insieme, condiviso cene, tempo libero, e discusso poi di problemi anche privati, delle nostre storie, delle nostre esperienze.”

Un esempio? Un anno fa, prima dell’inizio dell’ultimo anno di progetto, Stefano ha organizzato una gita con il suo team, con un bel giro in barca. Tutti con la divisa del CCM, tutti parte della stessa squadra.

Dopo i tre giorni di escursione, abbiamo progettato insieme il terzo anno del nostro progetto, lavorando in maniera efficace e condivisa. Una volta saltato quel tappo iniziale fatto di titubanza e abitudini, tutto ha funzionato in maniera quasi automatica. Il problema, dopo, è stato semmai quello opposto: arginare l’euforia dei miei collaboratori. Abbiamo condiviso tutto : budget a disposizione, andamento e indicatori di progetto, difficoltà e punti di forza, con l’idea di essere – appunto – tutti sulla stessa barca”.

Uno di loro in particolare, Alemayehu, si è rivelato nel corso degli anni un membro fondamentale per il progetto, colui che ha recepito appieno il modus operandi che il CCM ha cercato di adottare in Bale.

L’obiettivo non è stato tanto quello di avere dei significati comuni (il che sarebbe impossibile) ma almeno di trovare dei punti di vista in comune, avvicinandosi il più possibile soprattutto agli operatori che poi devono parlare alle comunità. Uno di loro, Alemayehu, è stato esemplare nel suo percorso: nel momento in cui ha capito che con il CCM avrebbe potuto mettere in gioco se stesso nel suo lavoro, ha ribaltato tutte le sue prassi lavorative. E i risultati sono stati incredibili.”

Grazie al coinvolgimento di collaboratori come Alemu Ayane (che oggi è rimasto nello staff del CCM in qualità di capoprogetto in Bale), parlare alle donne dei villaggi e sensibilizzarle sulla salute materna e infantile è stato molto più semplice ed efficace.

“Tutto ciò è perfetto per uno sguardo a lungo termine sul contesto africano. Fare investimenti limitati alla durata del progetto è controproducente: lavorare sulle persone permette di generare un vero cambiamento e vere possibilità di sviluppo. Oggi, ho la sensazione di aver condiviso qualcosa di profondo e di determinante con le persone con le quali abbiamo scelto di lavorare”.

E cosa fa un cooperante al ritorno in Italia? Oggi Stefano ha ricominciato a studiare, indirizzo: antropologia, perché – dice – “Sono tornato a casa con più domande che risposte.” E ci saluta con questa riflessione presa in prestito da Angela Terzani:

Perché se non avesse avuto casa, dove avrebbe messo la preda, il leone che aveva appena catturato? Somigliava a quei primati di milioni di anni fa che, come ho letto in un bel libro di Luigi Zoja, riuscivano a ricordare il luogo da cui erano partiti in cerca di qualcosa da mangiare, e a ritornarci ripercorrendo la stessa strada. Con questo saper tornare a casa è cominciata la storia dell’uomo. È da allora che ci interessano soltanto i viaggiatori che tornano a casa, non quelli che si perdono, i vagabondi, i senza meta. Ci interessano quelli che ritornano con qualcosa da raccontare.

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